Lavoro e Cinema!
In questa rassegna cinematografica, sono stati scelti alcuni titoli che interessano aspetti critici della vita lavorativa (mobbing, precariato, sicurezza sul posto di lavoro, disoccupazione, sfruttamento del lavoro, disparità di trattamento di genere, etc.) Buona visione!
FILM DRAMMATICI
La classe operaia va in paradiso – (1971) – Elio Petri
Lulù è un gran lavoratore, quindi è amato dai capi e odiato dai suoi stessi colleghi. I sindacati decidono le agitazioni contro i padroni. Lulù non è d’accordo finché non si taglia accidentalmente un dito. Ora, comprendendo le condizioni dei lavoratori, è d’accordo con i sindacati e partecipa allo sciopero. Subito viene licenziato; poi viene abbandonato non solo dai suoi colleghi ma anche dall’amante. Ma le lotte sindacali gli permettono di essere riassunto in base a una nuova legislazione. A questo punto la sua mente inizia a dare segnali di collasso.
Da vedere perché: Il film offre uno spietato e attualissimo ritratto sull’alienazione del lavoro. Gian Maria Volonté, con la sua magistrale interpretazione, mostra il dramma di un operaio consumato dal cottimo e dal consumismo, ponendo domande sulla libertà dell’individuo. Un’opera potente e provocatoria vincitrice della Palma d’Oro a Cannes.
Tutta la vita davanti – (2008) – Paolo Virzì
La storia raccontata da Virzì è liberamente ispirata al libro di Michela Murgia Il mondo deve sapere. Marta, neolaureata con lode in filosofia, non riesce a trovare un impiego e, bisognosa di denaro, si rivolge alla Multiple Italia, un’azienda che commercializza un costoso elettrodomestico multifunzione. Il motore dell’azienda sono le ragazze addette al call center e i ragazzi che si occupano delle dimostrazioni a domicilio e delle vendite. Nel film si parla del precariato e si racconta in maniera amara e paradossale il mondo dei call center.
Da vedere perché: Il migliore più concreto e più completo dei film sul mondo del lavoro di oggi. Tutto pensato intorno alla questione del lavoro nei call center e dello sfruttamento intensivo di chi non ha altre scelte, anche se brillantemente laureato. Tutta la vita davanti è un film molto complesso in cui molti personaggi vivono diverse dimensioni di arrivismo proporzionate alle loro capacità e alla loro preparazione, in cui la protagonista è quella che fa il pessimo lavoro per cui è pagata meglio di tutte, la più abile a fregare ma anche la prima a cedere sentimentalmente.
Il capitale umano – (2013) – Paolo Virzì
Il film è liberamente ispirato dal romanzo omonimo di Stephen Amidon ma la storia è traslata dal Connecticut in Brianza. Qui si narrano le storie di tanti personaggi diversi: tutte ruotano attorno alla triste vicenda di un uomo in bicicletta che viene investito e perde la vita.
Da vedere perché: Sarai tristemente portato a interrogarti su quale sia il capitale umano di ognuno di noi. È sulla base di questo che si giudica il valore delle persone?
Risorse umane – (Titolo originale: Ressources humaines) – (1999) – Laurent Cantet
Un neolaureato visita, nel quadro di uno stage, la fabbrica dove lavora suo padre (Vallod, che è un vero operaio senza lavoro) da trentacinque anni. Si scontrano due età e due culture. Il ragazzo scopre che la fabbrica non è davvero quella che si studia all’università. Quadro di una certa fascia sociale in Francia. Un film che esplora le dinamiche di potere e le tensioni nell’ambiente lavorativo.
Da vedere perché: Un film che esplora il confine sottile tra etica personale e logiche di profitto, ponendo la domanda scomoda: siamo persone o semplici “risorse umane” da sfruttare e poi scartare? In questo film niente è romanzato; la regia asciutta trasforma le dinamiche sindacali e familiari in un thriller psicologico che ti terrà incollato allo schermo dall’inizio alla fine.
Io, Daniel Blake – (Titolo originale: I, Daniel Blake) – (2016) – Ken Loach
La società cambia, muta vorticosamente e spesso travolge i più deboli. A far sentire la loro voce c’è da sempre Ken Loach, il più militante dei registi. Il suo sguardo, profondo e umano, è costantemente rivolto a chi deve lottare ogni giorno per la propria dignità e punta i riflettori sui cambiamenti sociali.
Durante la lavorazione di Io, Daniel Blake (Palma d’oro a Cannes) il regista inglese inizia a riflettere sull’avanzare della gig economy e sulle conseguenze spesso tragiche della precarietà, dal punto di vista economico ma anche da quello dei rapporti umani.
Da vedere perché: Un capolavoro di Ken Loach, che unisce denuncia sociale e profonda umanità. Il film fotografa senza filtri la spietata assurdità della burocrazia moderna e l’impatto distruttivo delle sue regole sulla vita delle persone. Al centro di questa tempesta, la purezza disarmante dell’amicizia tra i due protagonisti celebra la solidarietà spontanea tra gli ultimi della fila. È un’opera asciutta e realistica che fa rabbia, commuove e dà voce a chi la società tenta di rendere invisibile, trasformando l’emozione in pura coscienza civile.
Sorry We Missed You – (2019) – Ken Loach
La riflessione diventa analisi, l’analisi studio sul campo: per raccontare la storia di Ricky – diventato corriere per una ditta in franchise per sopravvivere alla crisi finanziaria del 2008 – e della sua famiglia in Sorry We Missed You, Ken Loach – come di consueto insieme a Paul Laverty – incontra autisti e magazzinieri. Si addentrano nei gangli di un sistema spietato che vediamo tutti i giorni in azione, ma che preferiamo ignorare.
Il risultato è un film che apre gli occhi e squarcia il velo di omissioni e indifferenza di un mondo che ci vede sempre più connessi, eppure sempre più distanti.
Da vedere perché: Un ritratto feroce e dolorosamente autentico della gig economy, firmato da Ken Loach come ideale e ancora più duro proseguimento di Io, Daniel Blake. Il film svela la spietata trappola dietro il miraggio del lavoro autonomo moderno, mostrando cosa si nasconde davvero dietro l’algoritmo e i tempi di consegna dei nostri acquisti online. Non si tratta solo di una lucida denuncia sociale, ma di un thriller emotivo ad altissima tensione che racconta l’impatto devastante dei ritmi di lavoro disumani sugli affetti familiari. Una storia che spezza il cuore, fa riflettere sulla dignità e trasforma la routine quotidiana in una lotta per la sopravvivenza.
I lunedì al sole (Titolo originale: Los lunes al sol) – (2002) – Fernando León de Aranoa
Lo spettro della disoccupazione si aggira da decenni nella vecchia Europa. Nel 2002 lo racconta il regista spagnolo Fernando León de Aranoa in un film strepitoso: I lunedì al sole. Un gruppo di operai, amici da una vita, si ritrova disoccupato dopo la dismissione dei cantieri navali. I giorni della settimana scorrono, uno uguale altro, al sole, tra speranze, sogni, progetti e ricordi.
Il ritratto agrodolce delle loro vite si trasforma in un piccolo capolavoro, trionfatore ai Premi Goya con 5 statuette: tra queste c’è anche quella per miglior attore a Javier Bardem, che reciterà di nuovo per il regista madrileno 15 anni dopo in Escobar.
Da vedere perché: Un gioiello del cinema spagnolo che affronta il dramma dei licenziamenti e della disoccupazione con una miscela perfetta di ironia amara, poesia e profonda umanità. Il film trasforma le giornate apparentemente vuote di un gruppo di ex operai marittimi in una ballata sulla dignità, sulla resistenza sociale e sulla solidarietà maschile. Al centro della storia brilla un’interpretazione straordinaria e malinconica di Javier Bardem, capace di dare corpo a un racconto che non scivola mai nel pietismo, ma mostra come l’amicizia rimanga l’unico vero scudo contro la durezza della crisi economica.
Generazione mille euro – (2009) – Massimo Venier
Film fatto a misura di consolazione di una generazione, quella per l’appunto che, come dice il titolo, non arriva a più di mille euro al mese di profitto dal proprio lavoro e che per arrivarci deve lavorare molto di più di tutti gli altri. Due coinquilini, uno impegnato in azienda l’altro attaccato alla Playstation (più un emigrante clamorosamente tornato in Molise) si affannano per rappresentare la vita dei ragazzi neolaureati con alterne fortune.
Da vedere perché: Tratto dall’omonimo romanzo di successo, il film diretto da Massimo Venier fotografa con ironia e sensibilità la realtà dei trentenni costretti a barcamenarsi tra contratti a progetto, coabitazioni forzate e sogni rimandati. La trama segue le vicende di Matteo, un brillante matematico impiegato nel marketing di una multinazionale, la cui vita viene stravolta dall’improvviso spettro del licenziamento e dall’arrivo di due nuove donne. Muovendosi nel solco della commedia agrodolce, la pellicola riesce a raccontare la precarietà sentimentale ed economica senza mai scivolare nel dramma cupo o nel patetismo. È un’opera fresca, scandita da un ritmo pop e da interpretazioni autentiche, che celebra l’arte di reinventarsi e la capacità di trovare la felicità anche quando il futuro sembra valere solo mille euro al mese.
Santa Maradona – (2001) – Marco Ponti
Ad inizio anni 2000 Marco Ponti scriveva e dirigeva una commedia che per toni e ritmi non aveva paragoni, cercava l’elettricità di Trainspotting e sembrava un alieno nel panorama italiano. Libero De Rienzo e Stefano Accorsi sono precari in un’era antecedente al precariato come lo conosciamo, ragazzi senza prospettive che si trastullano, esagerano, rifiutano lavori, oziano e perdono tempo ma con un senso di ineluttabile fallimento che fa il film e sembra annunciare gli anni che viviamo.
Da vedere perché: L’esordio alla regia di Marco Ponti si è trasformato nel tempo in un autentico cult cinematografico, capace di fotografare le nevrosi, il disincanto e la prolungata adolescenza dei neolaureati alle prese con l’ansia del futuro. Ambientata in una Torino insolita e postmoderna, la storia segue la quotidianità pigra e strampalata di Andrea e Bart, coinquilini che combattono la noia dei colloqui di lavoro e la precarietà esistenziale a colpi di cinismo, partite di calcio in tv e colossali pigrizie. Trainata dall’intesa perfetta tra Stefano Accorsi e un indimenticabile e stralunato Libero De Rienzo (premiato con il David di Donatello), la pellicola scorre veloce grazie a una scrittura brillante e pop, scandita da una colonna sonora rock e da battute fulminanti che hanno definito un’intera epoca.
Due giorni, una notte (Titolo originale: Deux Jours, Une Nuit) – (2014) – Jean-Pierre e Luc Dardenne
Sandra (Marion Cotillard) è una lavoratrice che rientra in azienda dopo un periodo durante il quale si è curata dalla depressione: tuttavia il capo ha proposto ai colleghi della donna 1000 euro di bonus in cambio del licenziamento della stessa, previo un “referendum”. Sandra, allora, ha due giorni e una notte di tempo per convincere i suoi colleghi a votare per lei. Non è una pellicola scontata e ha mille sfaccettature; in più è stata nominata (e ha vinto) numerosi premi.
Da vedere perché: Un’opera che mostra il crudele paradosso del mondo del lavoro e dove per salvare il proprio posto bisogna chiedere ai colleghi di rinunciare al loro bonus. Cosa faresti al posto loro? Una storia tesa e realistica in cui ogni porta bussata è un piccolo saggio di umanità, tra egoismo, empatia e senso di colpa.
Mi piace lavorare (Mobbing) – (2004) – Francesca Comencini
diretto da Francesca Comencini, con Nicoletta Braschi. La pellicola descrive in modo realistico la persecuzione psicologica, l’isolamento e la violenza subiti da una donna sul posto di lavoro, basandosi su storie reali. È particolarmente noto per aver portato all’attenzione del grande pubblico italiano il fenomeno, evidenziando il lento processo di isolamento che porta una lavoratrice a sentirsi inadeguata e a rischiare il licenziamento o le dimissioni.
Da vedere perché: Questo film è da vedere perché racconta con la precisione di un documentario e l’impatto emotivo di un thriller la violenza psicologica più invisibile del mondo del lavoro. Attraverso una narrazione drammaticamente attuale, l’opera mostra come l’isolamento e le strategie aziendali possano distruggere la dignità di una lavoratrice eccellente, trasformando la sua quotidianità in un incubo vissuto nel silenzio. A rendere il tutto ancora più autentico è la straordinaria interpretazione di Nicoletta Braschi, capace di restituire con straziante realismo lo smarrimento psicologico di chi subisce questa ingiustizia.
Palazzina LAF – (2023) – Michele Riondino
I dirigenti di fabbrica decidono di trasformare un operaio in una talpa per identificare i lavoratori di cui sarebbe meglio liberarsi. Comincia a perseguitare i suoi colleghi con l’obiettivo di denunciarli. Ben presto, non comprendendone il degrado, chiede anche lui di essere collocato nell’edificio del LAF (acronimo di laminazione a freddo), un campo di concentramento riservato a lavoratori «scomodi».
Da vedere perché: Questo film è da vedere perché riesce a trasformare una drammatica pagina di cronaca sindacale italiana in un racconto civile potente, oscillando con coraggio tra il realismo di denuncia e i toni grotteschi del cinema di Elio Petri. L’esordio alla regia di Michele Riondino illumina il paradosso della Palazzina LAF dell’Ilva di Taranto, mettendo in scena non le classiche vittime ideali, ma la complessa mancanza di coscienza di classe attraverso un protagonista opportunista e tragicomico. Forte di interpretazioni viscerali, tra cui spicca un viscido Elio Germano, la pellicola restituisce con una claustrofobia estetica e psicologica la violenza del mobbing e del confinamento sul lavoro, dimostrando che la privazione della dignità professionale sa essere devastante tanto quanto lo sfruttamento fisico.
Next Sohee – (Titolo originale: Da-eum So-hee) – (2022) – July Jung
Sohee è una studentessa liceale; ama la danza, la musica e le uscite con le amiche. Quando, sotto la supervisione scolastica, inizia il suo apprendistato in un call center scopre un mondo del lavoro talmente spietato da annullare completamente le persone. Sarà compito della detective Oh Yoo-jin portare la verità a galla.
Da vedere perché: Questo film è da vedere perché squarcia il velo sul cinismo e sulla disumanità dei sistemi di sfruttamento giovanile, mettendo in luce i meccanismi perversi del capitalismo coreano attraverso la tragica e potente storia di una studentessa intrappolata in un call center. La regista July Jung costruisce un’opera dolorosa e necessaria divisa in due parti perfette: la prima, che racconta con realismo documentaristico la lenta distruzione psicologica di Sohee di fronte a ritmi e obiettivi irraggiungibili, e la seconda, che si trasforma in un’indagine poliziesca guidata da una straordinaria Bae Doona, determinata a cercare una giustizia che il sistema istituzionale tenta di insabbiare. Senza mai cedere al patetismo, la pellicola analizza l’assenza di tutele per i tirocinanti e la catena di scaricabarile delle responsabilità sociali, offrendo una critica feroce, lucida e universale sulla totale svalutazione della vita umana rispetto alle logiche del profitto.
Non c’è altra scelta – (Titolo inglese: No Other Choice) – (2025) – Park Chan-wook
Licenziato dopo 25 anni di esperienza, Man-su, specialista nella produzione della carta, vede messe a rischio la sua vita perfetta: la famiglia che ha creato con la moglie Miri, i due figli e i cani, la casa della sua infanzia che ha faticato tanto ad acquistare e su cui ancora pende il mutuo, la serra dove si prende cura delle sue amate piante. Deciso a trovare immediatamente un altro lavoro, si butta a fare colloqui, ma diversi mesi dopo la situazione non si è ancora sbloccata. Per Man-su, allora, la sola possibilità per ricominciare è crearsi da sé il posto vacante perfetto.
Da vedere perché: Questo film è da vedere perché segna il monumentale ritorno al thriller sociale di Park Chan-wook, capace di trasformare la disperazione della disoccupazione in una commedia nera spietata, sagace e visivamente magnifica. Adattando il romanzo The Ax di Donald E. Westlake, il regista coreano mette in scena la parabola grottesca di un uomo comune che, pur di riprendersi il proprio status sociale e difendere la famiglia, decide letteralmente di eliminare fisicamente la concorrenza sul mercato del lavoro. Supportata dalla straordinaria e controllata interpretazione di Lee Byung-hun, la pellicola unisce la tensione claustrofobica di Hitchcock alla critica feroce del capitalismo moderno già vista in Parasite, offrendo uno sguardo crudo, ironico e profondamente disturbante su una società che non lascia vie d’uscita morali a chi viene improvvisamente scartato dal sistema.
7 Minuti – (2016) – Michele Placido
L’azienda tessile Varazzi è in procinto di siglare l’accordo che la salverà dalla chiusura immediata. I partner francesi sono pronti a concludere, ma all’ultimo momento consegnano alle undici componenti del consiglio di fabbrica una lettera che chiede loro di sacrificare sette minuti di intervallo al giorno. Il consiglio è composto da nove operaie e un’impiegata, più una rappresentante sindacale, Bianca, dipendente della Varazzi da decenni.
Le componenti del consiglio sono uno spaccato della forza lavoro femminile contemporanea nel nostro Paese: c’è la ventenne neoassunta e la veterana con figlia incinta; c’è l’immigrata africana, quella albanese concupita dal proprietario della fabbrica, quella che prende botte dal marito e la semitossica. Anche l’impiegata è un’ex operaia trasferita in ufficio da quando un incidente sul lavoro l’ha lasciata su una sedia a rotelle. Questa galleria di personaggi denuncia la matrice teatrale di 7 minuti, testo scritto (anche per il grande schermo) da Stefano Massini (la sceneggiatura è cofirmata da Michele Placido e Toni Trupia), che cerca di concentrare in quel pungo di figure femminili quasi tutte le problematiche che affliggono le donne in Italia. Ispirato ad una storia vera.
Da vedere perché: Il film 7 minuti di Michele Placido è un pugno nello stomaco necessario sul tema della dignità e dei diritti negati, capace di mostrare con crudo realismo la forza della resistenza operaia contro i ricatti del mercato del lavoro. Si tratta di un grandissimo esempio di cinema civile che non fa sconti a nessuno, guidato da un cast femminile straordinario e intenso. La regia di Placido costruisce una tensione psicologica costante, capace di trasformare una storia vera in un racconto dal ritmo serrato. Questa pellicola dimostra quanto possano pesare solo sette minuti, esplorando con lucidità i confini tra la solidarietà di gruppo e l’egoismo individuale. Mette a nudo la paura del futuro di fronte alla precarietà e, alla fine, ti costringe a guardarti dentro e a chiederti cosa faresti al posto delle protagoniste.
Vite Vendute (Titolo originale: Le Salaire de la peur) – (1953) –Henri-Georges Clouzot
In una zona desertica del Guatemala prende fuoco un pozzo petrolifero. Quattro disperati vengono ingaggiati per raggiungere la zona con due camion carichi di nitroglicerina per far saltare il pozzo. La missione è pericolosissima, ma i quattro – un corso, un muratore toscano, un tedesco e un avventuriero parigino – non hanno nulla da perdere. Uno solo riuscirà a concludere il viaggio. Ma al ritorno, eccitato per la vittoria, uscirà di strada e precipiterà in un burrone.
Il diritto di contare – (Titolo originale: Hidden Figures) – (2017) – Theodore Melfi
Nella Virginia segregazionista degli anni Sessanta, la legge non permette ai neri di vivere insieme ai bianchi. Uffici, toilette, mense, sale d’attesa, bus sono rigorosamente separati. Da una parte ci sono i bianchi, dall’altra ci sono i neri. La NASA, a Langley, non fa eccezione. I neri hanno i loro bagni, relegati in un’aerea dell’edificio lontano da tutto, bevono il loro caffè, sono considerati una forza lavoro flessibile di cui disporre a piacimento e sono disprezzati più o meno sottilmente. Reclutate dalla prestigiosa istituzione, Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson sono la brillante variabile che permette alla NASA di inviare un uomo in orbita e poi sulla Luna. Matematica, supervisore (senza esserlo ufficialmente) di un team di ‘calcolatrici’ afroamericane e aspirante ingegnere, si battono contro le discriminazioni (sono donne e sono nere), imponendosi poco a poco sull’arroganza di colleghi e superiori. Confinate nell’ala ovest dell’edificio, finiscono per abbattere le barriere razziali con grazia e competenza.
Da vedere perché: mette in luce una battaglia straordinaria per i diritti sul lavoro e l’uguaglianza, raccontando la storia vera di tre scienziate afroamericane che hanno cambiato la storia della NASA nonostante le pesantissime discriminazioni razziali e di genere degli anni Sessanta. È un film potentissimo che mostra cosa significhi lottare ogni giorno per il riconoscimento della propria professionalità e per il diritto di fare carriera in base al proprio talento, abbattendo barriere lavorative apparentemente insormontabili. Ti farà emozionare e riflettere profondamente sull’importanza dell’inclusione nei luoghi di lavoro e su come il progresso scientifico e umano sia possibile solo quando a tutti vengono garantiti gli stessi diritti e le stesse opportunità di partenza.
Erin Brockovich – (2000) – Steven Soderbergh
Erin Brockovich ha tre figli avuti da due diversi mariti. È una donna ancora giovane e appariscente, ma è disoccupata e non sa come dar da mangiare ai propri figli. Ha anche, e questo conta, un profondo senso della giustizia. Riesce a imporsi come aiutante in uno studio legale e, seguendo una pratica immobiliare, a scoprire che uno stabilimento del colosso industriale Pacific Gas & Electric ha immesso nelle acque di una cittadina cromo esavalente altamente cancerogeno. Procurandosi a poco a poco la stima del proprio datore di lavoro e la fiducia degli abitanti riesce a far loro ottenere un risarcimento che sembrava impossibile ma, soprattutto, rende loro giustizia. Non è il solito film “eroico” tratto da una storia vera. Erin non ha nessuna delle caratteristiche dell’eroina. Erin è volgare (e fa di tutto per non nasconderlo) e può sembrare troppo “disponibile”. Ma è solo la facciata, un modo per trovare autostima. È invece una donna profondamente onesta, che ha sofferto e soffre e non sopporta di veder soffrire gli altri. Julia Roberts riesce a offrire al personaggio il giusto equilibrio, coadiuvata da un Albert Finney più che mai in parte. Il film non cede mai alla retorica tanto che, caso più unico che raro, non mostra la seduta processuale in cui il giudice dà la vittoria alla gente.
Da vedere perché: mette al centro la lotta per i diritti sul lavoro e la salute delle persone, mostrando come un’azienda possa calpestare la sicurezza dei cittadini pur di fare profitto. Julia Roberts interpreta magistralmente una donna che, pur partendo da una posizione di totale precarietà lavorativa e senza tutele, decide di sfidare un colosso industriale per difendere un’intera comunità avvelenata sul posto di lavoro e nelle proprie case. È un film potentissimo che fa riflettere profondamente sul valore della responsabilità aziendale e sul diritto sacrosanto di lavorare e vivere in un ambiente sicuro, ricordandoci che la giustizia sociale parte proprio dalla difesa dei più deboli contro i soprusi dei potenti.
Severance – Tagli al personale (Titolo originale: Severance) – (2006) – Christopher Smith
Sei dipendenti di una multinazionale delle armi vengono invitati in un bosco ungherese dal presidente dell’azienda per un fine settimana dedicato al “paintball”: ma si ritrovano in uno squallido capanno che nasconde oscuri segreti…
Da vedere perché: dietro la facciata di una commedia horror splatter, nasconde una satira affilata e spietata sul mondo dei diritti sul lavoro, della sicurezza aziendale e dei finti premi di produzione. La vicenda di questo gruppo di impiegati di una multinazionale di armi, mandati in un bosco isolato per un weekend di team building e lasciati a sé stessi, mette in luce l’assoluta ipocrisia del management e la totale mancanza di tutele reali per i dipendenti quando le cose si mettono male. Diventa così una metafora grottesca e sanguinosa dell’alienazione e dello sfruttamento, dove i lavoratori vengono trattati come carne da macello sacrificabile in nome del profitto, costringendoci a ridere, ma anche a riflettere seriamente su quanto i datori di lavoro considerino sacrificabile la vita umana pur di mantenere l’efficienza aziendale.
SERIE TELEVISIVE
Severance – (2022) – Ben Stiller – S1, 9 episodi – S2, 10 episodi
Severance – La coscienza mutilata del lavoratore. La vita di ogni persona adulta è un esercizio di equilibrismo per provare a bilanciare la propria sfera lavorativa con quella personale. Al giorno d’oggi il work-life balance, uno degli elementi più ricercati dagli impiegati e al contempo uno dei meno offerti dalle aziende, appare tuttavia come una chimera: con lo sviluppo tecnologico e il lockdown, la casa si è trasformata in luogo di lavoro e anche gli orari si sono fatti più diluiti e pervasivi rispetto alla routine di ufficio. Severance immagina una soluzione estrema al problema del work-balance: una Scissione totale tra lavoro e vita sociale, tra il sé lavorativo e il sé esteriore. Nella mente dei lavoratori viene installato un chip che rende le memorie esterne alla sfera lavorativa inaccessibili quando si è in azienda per permettere così la massima produttività, ma finendo irrimediabilmente per creare così due persone diverse (denominate innie e outie, rispettivamente il sé lavorativo e il sé esteriore) con ricordi, manierismi e codici morali anche opposti.
Da vedere perché: la serie esplora in modo geniale e inquietante il tema dei diritti sul lavoro e il concetto estremo di equilibrio tra carriera e vita privata, ipotizzando uno scenario in cui i dipendenti scelgono di separare chirurgicamente i propri ricordi personali da quelli professionali. Questa scissione drastica diventa una metafora potentissima dell’alienazione e dello sfruttamento aziendale, mostrando come l’assenza di tutele e la perdita di controllo sui propri dati e sul proprio tempo possano trasformare il lavoratore in un ingranaggio inconsapevole e prigioniero del sistema. È una serie che fa riflettere profondamente sui confini della dignità lavorativa, sul diritto alla disconnessione e su cosa accade quando le grandi corporazioni pretendono il possesso totale non solo delle ore di ufficio, ma dell’identità stessa della persona.
Lavoro a mano armata – (Titolo originale: Derapages) – (2020) – S1, 6 Eposodi
Per 25 anni Alain Delambre è stato direttore delle risorse umane, ma evidentemente la competenza non è tutto: è stato licenziato da un giorno all’altro perché considerato troppo vecchio. Sono ormai sei anni, infatti, che è costretto a darsi da fare faticosamente per mantenere la famiglia, lottando contro il precariato, le umiliazioni e i lavori più diversi, quando gli si presenta un’occasione apparentemente d’oro: la multinazionale Exxya gli propone un incarico di dirigente. Unico particolare: il test d’ingresso con cui la società deve selezionare tra i candidati è… la simulazione di un sequestro. A cui si aggiungono via via operazioni e compiti decisamente al di là della legalità, rendendo lentamente ben chiaro che si tratta solo di un gioco di potere e che non di simulazione.
Da vedere perché: affronta il tema dei diritti sul lavoro e della disoccupazione in modo crudo e spietato, mostrando fino a quali estremi possa spingersi un uomo pur di rientrare nel mercato e ritrovare la propria dignità professionale. La storia del protagonista, un ultraquarantenne escluso dal sistema e calpestato nella sua stima personale, diventa una critica ferocissima alla precarietà lavorativa, alle logiche disumane delle multinazionali e alle spietate selezioni del personale che trattano le persone come merce sacrificabile. È una serie potente e drammatica che costringe a riflettere sul valore del diritto al lavoro, sulla disperazione sociale causata dalla perdita dell’impiego in età matura e sulle aberrazioni di un sistema economico che troppo spesso azzera le tutele dei lavoratori in nome del profitto aziendale.
COMMEDIE/SATIRA
Tempi moderni (Titolo originale: Modern Times) – (1936) – Charles Chaplin
Il capolavoro di Chaplin tratta del rapporto affascinante, controverso e in parte pericoloso fra uomo e progresso. Ma non solo: attraverso le avventure di Charlot e della Monella il film racconta anche disoccupazione, sfruttamento e capitalismo.
Da vedere perché: È un film intelligente ed amaro, dal quale emerge con chiarezza cosa è l’alienazione causata dal lavoro in fabbrica, dalla ripetizione ossessiva dei gesti e dai ritmi disumani delle macchine.
Fantozzi – (1975) – Luciano Salce
Il ragionier Ugo Fantozzi è il protagonista di questo primo capitolo della fortunata saga dedicata alle tragicomiche avventure del goffo impiegato della ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica. È una fotografia amara e paradossale del mondo del lavoro degli anni Settanta; ci sono colleghi antipatici, burocrazia interminabile, gerarchie rigide, il tutto sullo sfondo del boom economico.
Da vedere perché: Il capostipite di una delle saghe più rivoluzionarie del cinema italiano, capace di ridefinire i canoni della commedia attraverso una comicità tragica, iperbolica e profondamente amara. Adattando i suoi stessi racconti letterari, Paolo Villaggio dà vita al ragioniere Ugo Fantozzi, l’archetipo dell’uomo medio schiacciato da una mostruosa struttura aziendale, dall’ipocrisia dei colleghi e da una sfortuna cosmica. Tra la nuvola dell’impiegato, la sgangherata Bianchina e le sottomissioni reverenziali davanti al Megadirettore Galattico, la pellicola diretta da Luciano Salce va ben oltre la semplice farsa. Si tratta di una spietata analisi sociologica sul servilismo e sulla perdita di dignità del lavoratore, che fa ridere a crepapelle ma lascia addosso una profonda malinconia, rivelandosi ancora oggi uno specchio straordinariamente fedele delle nostre debolezze collettive.
We Want Sex – (Titolo originale: Made in Dagenham) – (2010) – Nigel Cole
Se la lotta per il riconoscimento dei propri diritti sul lavoro continua a essere aspra, per qualcuno è ancora più dura: le donne si scontrano quotidianamente con ostacoli apparentemente insormontabili, dal “soffitto di cristallo” che ne blocca la carriera alla disparità nei salari, fino al dramma delle molestie.
Una storia di battaglie che parte da lontano: è il 1968 quando 187 operaie della fabbrica Ford di Dagenham decidono di scioperare – la loro è la prima manifestazione interamente al femminile – contro una discriminazione salariale e non solo, divenuta insostenibile. La loro lotta è al centro di We Want Sex: il film di Nigel Cole, interpretata da Sally Hawkins e Rosamund Pike, capace di raccontare questa rivendicazione così importante facendoci sorridere e riflettere.
Da vedere perché: Ispirata a fatti reali accaduti nel 1968, questa brillante commedia sociale britannica ripercorre la storica protesta delle 187 operaie delle officine Ford di Dagenham, decise a scioperare contro la discriminazione economica e le condizioni precarie. Guidate dalla carismatica Rita O’Grady, la loro mobilitazione si trasforma rapidamente da semplice disputa sindacale in un movimento epocale che porrà le basi per la legge sulla parità retributiva tra uomo e donna. Un’opera corale, leggera ma profonda, capace di unire l’impegno civile al buonumore, celebrando la solidarietà femminile.
Ricomincio da me – (Titolo originale: Second Act) – (2018) – Peter Segal
Maya (Jennifer Lopez) ha 40 anni, vive nel Queens e lavora da 15 anni in un grande centro commerciale. La protagonista della travolgente commedia sa bene cosa significa vedersi preferire un uomo quando si tratta di un avanzamento di carriera… ma l’ennesima promozione mancata darà il via a un cambiamento radicale, che la porterà tra i grattacieli di Manhattan all’inseguimento dei suoi sogni.
Da vedere perché: Una commedia brillante e motivazionale che mette al centro il riscatto personale di una quarantenne insoddisfatta della propria routine lavorativa. Cavalcando i meccanismi dell’equivoco e della farsa d’ufficio, il film dimostra con ironia come l’esperienza reale accumulata sul campo valga quanto un titolo di studio accademico conquistato sui libri. Grazie alla carismatica e determinata interpretazione di Jennifer Lopez, la narrazione scorre leggera regalando risate, ma lasciando anche una riflessione profonda: non esiste un limite di età per scardinare il proprio destino, reinventarsi e pretendere una seconda possibilità dalla vita.
Pane e Cioccolata – (1974) – Franco Brusati
Con uno straordinario Nino Manfredi, il regista Franco Brusati racconta con toni grotteschi la vita agra degli immigrati italiani in Svizzera. Nino Garofoli – il protagonista di Pane e Cioccolata – è pronto a tutto pur di integrarsi e lavorare, anche se la sorte sembra essergli sempre più avversa. In un mondo ostile, dove tanti immigrati come lui – umiliati e offesi – vivono nelle condizioni più degradanti, Nino non si rassegna alla povertà e continuerà a lottare per conciliare lavoro e dignità.
Premiato al Festival di Berlino e vincitore di tre David di Donatello, il film è considerato da molti un capolavoro di umorismo, malinconia, pietà, satira.
Da vedere perché: Uno dei capolavori più amari, lucidi e grotteschi della commedia all’italiana, diretto da Franco Brusati. Il film affronta il tema delicato e doloroso dell’emigrazione italiana in Svizzera negli anni ’70, evitando ogni retorica e preferendo la strada del tragicomico. Al centro della narrazione brilla un monumentale Nino Manfredi nei panni di Giovanni Garibaldi, un uomo intrappolato nel limbo del non sentirsi più a casa in Italia ma totalmente estraneo nel paese in cui lavora. Tra gag fulminanti e momenti di profonda malinconia, la pellicola analizza il prezzo dell’integrazione, la perdita dell’identità e il senso di alienazione sociale con una forza visiva e narrativa che rimane ancora oggi straordinariamente attuale.
Mimì metallurgico ferito nell’onore – (1972) – Lina Wertmüller
Un siciliano, licenziato a causa delle sue idee politiche, grazie all’intervento della mafia trova lavoro come metallurgico in una fabbrica di Torino. Qui diventa amante di una ragazza che gli dà un figlio; al suo ritorno a casa, scoprendo che la consorte è incinta di un brigadiere, ne seduce la moglie per vendetta. La sua amante lo abbandonerà quando egli si metterà al servizio di un mafioso in lizza per le elezioni.
Da vedere perché: Una pietra miliare del cinema satirico italiano che affronta con ironia feroce i paradossi del meridionalismo, della politica e delle ossessioni sessuali. La storia ruota attorno a Carmelo Mardocheo, detto Mimì, un operaio siciliano che, per aver votato contro il boss mafioso locale, perde il posto e si rifugia a Torino. Lì scopre il mondo della fabbrica, le lotte di classe e si innamora della proletaria milanese Fiore. Il rientro in Sicilia, tuttavia, lo costringerà a fare i conti con i radicati pregiudizi della sua terra e con il grottesco concetto della reputazione maschile. Dominata dalla straordinaria alchimia tra Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, la pellicola mette a nudo le contraddizioni di un’Italia divisa tra modernità e tradizioni arcaiche, regalando una riflessione attualissima sul machismo e sui condizionamenti sociali.
Il Grande Capo – (Titolo originale: Direktøren for det hele) – (2006) – Lars Von Trier
Si ride con l’amaro in bocca con Il Grande Capo, di Lars von Trier. Si ride, ma con ghigno crudele, del proprietario di un’azienda di informatica che ha deciso di vendere. C’è infatti un problema: sin dall’inizio il proprietario ha inventato un finto capo, dietro il quale nascondersi in caso di decisioni impopolari… ed è proprio con il Grande Capo che gli acquirenti vogliono negoziare!
Da vedere perché: Un’incursione satirica e anticonvenzionale nel genere della commedia aziendale firmata da Lars von Trier. La trama ruota attorno al proprietario di una società informatica che, per evitare l’odio dei dipendenti e prendere scelte impopolari, inventa un fantomatico “grande capo” residente all’estero. Quando la vendita dell’azienda impone la presenza fisica del leader, l’uomo assume un attore teatrale fallito per interpretare il ruolo davanti a compratori e impiegati. Tra situazioni paradossali che ricordano il teatro dell’assurdo di Beckett, la pellicola demolisce l’ipocrisia del capitalismo moderno e la codardia manageriale.
The Pills: Sempre meglio che lavorare – (2016) – Luca Vecchi
I Pills hanno un approccio incredibile al mondo del lavoro, la sua mancanza cronica e la difficoltà nel trovare stabilità diventano nel loro linguaggio una fortuna se non proprio un obiettivo. Lavorare è un male e va evitato a tutti i costi. Con questo ribaltamento. Sempre meglio che lavorare racconta di uno di loro che viene assunto dalla sede centrale dei bangla (i negozi che vendono di tutto aperti 24 ore e gestiti solitamente da persone provenienti dal Bangladesh). Il lavoro è l’inferno da cui gli amici dovranno salvarlo.
Da vedere perché: Nato dal successo dell’omonimo collettivo web, l’esordio al cinema dei The Pills (Matteo Corradini, Luigi Di Capua e Luca Vecchi) si trasforma in una commedia satirica e surreale sulla resistenza all’età adulta. A quasi trent’anni, i tre protagonisti condividono un appartamento nella periferia romana portando avanti un giuramento solenne: non lavorare mai e difendere il proprio diritto al disimpegno. Quando la minaccia delle responsabilità e la crisi di mezza età iniziano a minare la stabilità del gruppo, la routine domestica si scontra con la realtà in modo bizzarro e rocambolesco. Con un ritmo comico serrato, citazioni pop e un retrogusto malinconico, la pellicola demistifica l’ansia da palcoscenico della Generazione Y, dimostrando che a volte scappare dalle scadenze della vita richiede un impegno a tempo pieno.
Addio fottuti musi verdi – (2017) – Francesco Capaldo
Un grafico precarissimo che non riesce a trovare un lavoro stabile in Italia lo trova paradossalmente all’estero più estero che c’è: nello spazio. È assunto dagli alieni per elaborare il loro nuovo logo, prima che distruggano il pianeta. C’è un senso paradossale così esilarante nella maniera in cui il grafico, assunto dagli alieni con un contratto solidissimo, comincia una vita lieta, stabile e serena che sembra il sogno ad occhi aperti di un disperato.
Da vedere perché: L’esordio al cinema del collettivo comico napoletano The Jackal, diretto da Francesco Ebbasta, è un’insolita e coraggiosa commedia di fantascienza che usa la satira per affrontare il dramma del precariato giovanile. La storia segue Ciro, un grafico iperqualificato ma costretto a lavorare in una friggitoria, che per disperazione decide di inviare il suo curriculum nello spazio profondo, finendo per essere assunto da una cinica corporazione aliena. Mescolando sapientemente gli effetti speciali e i ritmi frenetici del web con la citazione pop e il linguaggio cinematografico, la pellicola ironizza sulla “fuga di cervelli” e sui paradossi dei moderni colloqui di selezione. Un viaggio intergalattico leggero, coloratissimo e divertente che nasconde un’amara verità generazionale: la difficoltà di vedere riconosciuto il proprio talento sulla Terra.
Il tuttofare – (2018) – Valerio Attanasio
Il tuttofare è una commedia dal grandissimo ritmo che applica al mondo del lavoro contemporaneo e alle sue nuove dinamiche di schiavismo la forma della buddy comedy, in cui un compagno folle fa impazzire quello più inquadrato.
Da vedere perché: L’esordio alla regia di Valerio Attanasio si rivela una commedia satirica e graffiante che fotografa con amara lucidità la realtà del precariato giovanile in Italia. La trama segue le disavventure di un brillante praticante in legge, sfruttato come autista, cuoco e portaborse dal suo influente mentore, il principe del foro Salvatore Bellastella. Quando l’insigne avvocato gli chiede un favore illegale in cambio della tanto agognata svolta professionale, il ragazzo si ritrova intrappolato in un vortice rocambolesco di compromessi morali. Dominato dal carisma viscido e spassoso di Sergio Castellitto, il film eredita la tradizione dei “mostri” della commedia all’italiana per denunciare, tra risate e cinismo, un sistema lavorativo dominato da raccomandazioni, baronie e assenza di scrupoli.
L’intrepido – (2013) – Gianni Amelio
Gianni Amelio tenta di raccontare il mondo moderno ma sembra un turista del presente. L’intrepido è indubbiamente uno dei film che più si sono dedicati a raccontare le assurdità lavorative contemporanee. Antonio Albanese è un rimpiazzo di professione, salta da un lavoro all’altro sostituendo chi non può essere al lavoro per un giorno o una settimana, è una specie di Chaplin che subisce tutto in un mondo cattivo e senza mezze misure. Non c’è però nessuna conoscenza delle vere situazioni, nessuna capacità di intercettare il presente.
Da vedere perché: Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, il film di Gianni Amelio fotografa l’Italia contemporanea attraverso una parabola delicata, crepuscolare e originale. Al centro della vicenda c’è Antonio Pane, un cinquantenne disoccupato che per sbarcare il lunario si inventa il lavoro del “rimpiazzo”, sostituendo chiunque debba assentarsi per qualche ora, passando così dal fare il muratore, al tranviere, fino al netturbino. Tra le difficoltà del presente e l’incertezza vissuta dalle nuove generazioni, questa favola amara dimostra come l’ottimismo, la gentilezza disinteressata e il rispetto di sé rimangano gli unici veri scudi contro il declino sociale.
Sono tornato – (2018) – Luca Miniero
Nonostante il film di Luca Miniero, remake del tedesco Lui è tornato, racconti dell’impossibile ritorno dal passato di Benito Mussolini, a scatenare molto della trama è lo stato di precarietà del videomaker che lo accompagna, che decide di trasformarlo in una stella della tv e dei social. Precarissimo, costretto a vivere in condizioni degradanti, supplichevole al lavoro e incapace di farsi valere, non è proprio l’esempio migliore di precario, è più una persona vittima della società. Nondimeno la sua condizione precaria è di fatto lo scenario in cui si muove il film.
Da vedere perché: Dietro la facciata delle gag e dell’assurdo viaggio on the road intrapreso dalla strana coppia Frank Matano e Massimo Popolizio, la pellicola mette a nudo i populismi e il malcontento del Paese reale. Un’opera provocatoria che sfrutta il cortocircuito tra passato e presente per far ridere, ma soprattutto per far riflettere sulla fragilità della democrazia moderna.
Figli delle stelle – (2010) – Lucio Pellegrini
Una serie di sbandati, tra cui si mettono in evidenza precari clamorosi e disoccupati, per reazione decide di rapire il ministro dell’economia. Fallendo ovviamente. La commedia di Lucio Pellegrini ha il piglio giusto, la cattiveria giusta che mette chi ha subito tutto in condizione di compiere un gesto estremo per ribaltare una situazione apparentemente non ribaltabile.
Da vedere perché: Una commedia corale e grottesca che affronta temi caldi come il precariato e le morti bianche attraverso un paradosso esilarante. Trainato dalla grande chimica di un super cast capitanato da Pierfrancesco Favino, Fabio Volo e Giuseppe, il film si muove in perfetto equilibrio tra la satira e la tenerezza, ricordando come a volte l’unica risposta alla durezza della realtà sia l’unione tra anime sognatrici e disarmate.
Scusate se esisto! – (2014) – Riccardo Milani
Uno dei migliori film con Paola Cortellesi, uno dei pochi di cui ha anche scritto la sceneggiatura. Studentessa brillante con grande carriera lavorativa all’estero, decide di tornare in Italia in barba alle storie di lavori precari e difficoltà. Si scontra con un mondo del lavoro non solo meno affidabile ma anche molto più sessista, retrogrado e pieno di pregiudizi, che combatterà con un amico omosessuale. Nonostante il tema sia simile e in fondo anche lo svolgimento (si parla sempre di dipendenti in lotta con i superiori), qui il tono è decisamente più pregnante, le gag funzionano meglio e manca quel tono consolatorio così fasullo di tante altre commedie.
Da vedere perché: Questo film è da vedere perché affronta con il ritmo brillante e l’ironia della commedia all’italiana, temi sociali complessi e attualissimi come il precariato, il divario di genere nel mondo del lavoro e la necessità di nascondere la propria identità per essere presi sul serio. Attraverso le disavventure di un’architetta di talento costretta a farsi passare per un uomo per ottenere un importante progetto di riqualificazione urbana, la pellicola mette a nudo i pregiudizi e il maschilismo del panorama professionale italiano senza mai perdere il sorriso. Forti di una complicità irresistibile, Paola Cortellesi e Raoul Bova guidano un cast corale azzeccatissimo, regalando una satira arguta che, dietro le risate e gli equivoci, invita a una profonda riflessione sulla meritocrazia e sul diritto di essere sé stessi.
Dalle 9 alle 5… orario continuato (Titolo originale: Nine to Five) – (1980) – Colin Higgins
Ti presento Franklin Hart (Dabney Coleman). Il più grande boss «sessista, egoista, bugiardo e ipocrita» del pianeta. È entusiasta di approfittare del personale femminile del suo ufficio, umiliando, minimizzando e condiscendendo nei loro confronti ogni volta che è conveniente, in particolare la sua migliore assistente Violet (Lily Tomlin). Da tempo esausta per il suo raccapricciante ottimismo, Violet, insieme alle colleghe Doralee (Dolly Parton) e Judy (Jane Fonda), comprendono metodi comici per «ingannarlo», quando si verifica uno strano incidente. Riescono quindi a rapire Hart e a intrappolarlo in casa sua, assumendo al contempo il controllo del suo reparto, e la produttività aumenta. Ma per quanto tempo riusciranno a tenerlo legato?
Da vedere perché: Uscita nel 1980 sotto la regia di Colin Higgins, questa brillante farsa satirica affronta con graffiante ironia i temi del maschilismo tossico, del divario salariale e dell’abuso di potere in ambito aziendale. Un cult pop intramontabile che unisce sketch slapstick a una forte critica sociale, dimostrando la forza rivoluzionaria della solidarietà femminile.
DOCUMENTARI
After Work – (2023) – Erik Gandini
Come sarà la vita nell’era del post-lavoro? Cioè: quando l’umanità avrà automatizzato così tanti processi da rendere inessenziale la prestazione lavorativa, l’uomo come impiegherà quel “tempo libero”? È pronto ad affrontare una routine in cui il tempo lavorativo sarà quanto meno ridimensionato? Sarà in grado di abituarsi e di conferirgli un valore per l’individuo e per la società? After Work cita come principale riferimento gli scritti del sociologo svedese Ronald Paulsen (inediti in Italia) e raccoglie le testimonianze di lavoratori molto diversi tra loro, in una ricognizione libera ed episodica tra Corea del Sud, Italia, Stati Uniti e Kuwait.
Da vedere perché: L’ultimo film di Erik Gandini (noto da noi soprattutto per Videocracy – Basta apparire, il documentario del 2009 in cui fotografava un’Italia berlusconiana, edonista, appiattita sullo status symbol della fama mediatica) si apre con una citazione da Aristotele sugli spartani. Popolo che non sarebbe stato capace di mantenere il proprio governo, dopo la guerra, perché non abituato a una vita di “pace”. Cioè di ozio, di tempo libero, di non lavoro. Tempo che si potrebbe finalmente dedicare alla propria crescita intellettuale, alle relazioni, alla creatività. È il punto di partenza di un dibattito, innescato da proiezioni sul futuro prossimo degli occupati nell’era di ChatGPT e intelligenze artificiali: che sia realmente arrivato il momento storico di “demolire” il mito del tempo lavorativo, di prendere atto del suo declino e di elaborare strategie di cambiamento?
